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lunedì 5 maggio 2008

QUESTIONI D'ARCHIVIO

Sono contro l'aborto

di Pier Paolo Pasolini

Io sono per gli otto referndum del Partito Radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col Partito Radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia ciè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.
Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché , a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.
La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso.
Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto.
Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo.
Perché io considero non “reali” i principi su cui i Radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto?
Per una serie caotica, tumultuosa ed emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se, magari, nel caso di un nuovo “referendum”, molti voterebbero contro, e la vittoria radicale sarebbe molto meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.
Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo: risultato di uan libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito, dunque, col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). È vero; a parole, il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, primo o poi, alla televisione se ne parli piubblicamente. Del resto le élites sono molto più tolleranti verso le minoranza sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato l’intera sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. È questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.
Ora, tutti, dai Radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di uan sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito.
Omissione estremamante significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i Radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di uan condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli) senza vedere gli stessi segni anche nel suo immediato precedente, anzi, “nella sua causa”, cioè nel coito.
Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito è un obbligo sociale) mentre il contesto politico di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio, era scandalo). Ecco dunque un primo errore di Realpolitik di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei Radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buonafede, su questo sarebbe folle discutere).
Il secondo errore, più grave, è il seguente. I Radicali e gli altri progressisti che si battono in prima fila per la legalizzazione dell’aborto – dopo averlo isolato dal coito – lo immettono in una problematica strettamente contingente (nella fattispecie, italiana), e addirittura interlocutoria. Lo riducono a un caso di pura praticità, da affrontare appunto con spirito pratico. Ma ciò (come essi sanno bene) è sempre colpevole.
Il contesto in cui bisogna inserire il problema dell’aborto è ben più ampio e va ben oltre l’ideologia dei partiti (che distruggerebbero se stessi se l’accettassero: cfr. Breviario di ecologia di Alfredo Todisco). Il contesto in cui va inserito l’aborto è quello appunto ecologico: è la tragedia demografica, che, in un orizzonte ecologico, si presenta come la più grave minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. In tale contesto la figura – etica e legale – dell’aborto cambia forma e natura: e, in un certo senso, può anche esserne giustificata una forma di legalizzazione. Se i legislatori non arrivassero sempre in ritardo, e non fossero cupamente sordi all’immaginazione per restare fedeli al loro buon senso e alla propria astrazione pragmatica, potrebbero risolvere tutto rubricando il reato dell’aborto in quello più vasto dell’eutanasia, privilegiandolo di una particolare serie di “attenuanti” di carattere appunto ecologico. Non per questo esso cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza. Ed è questo il principio che i miei amici Radicali dovrebbero difendere, anziché buttarsi (con onestà donchisciotetsca) in un pasticcio, estremamente sensato, ma alquanto pietistico, di ragazze madri e di femministe, angosciate in realtà da “altro” (e di più grave e serio). Qual è il quadro, in realtà, in cui la nuova figura del reato di eutanasia dovrebbe iscriversi?
Eccolo: un tempo la coppia era benedetta, oggi è maledetta. La convenzione e i giornalisti imbecilli continuano a intenerirsi sulla “coppietta” (in tal modo, abominevolmente, la chiamano), non accorgendosi che si tratta di un piccolo patto criminale. E così i matrimoni: un tempo essi erano feste, e la stessa loro istituzionalità – così stupida e sinistra – era meno forte del fatto che la istituiva, un fatto, appunto, felice, festoso. Ora invece i matrimoni sembrano tutti dei grigi e affettati riti funebri. La ragione di queste cose terribili che dico è chiara: un tempo la “specie” doveva lottare per sopravvivere, quindi le nascite “dovevano” superare le morti. Quindi, ogni figlio che un tempo nasceva, essendo garanzia di vita, era benedetto: ogni figlio che nasce oggi, è un contributo all’autodistruzione dell’umanità, e quindi è maledetto.
Siamo così giunti al paradosso che ciò che si diceva contro natura è naturale, e ciò che si diceva contro natura è naturale. Ricordo che De Marisco (collaboratore del codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film, ha dato del “porco” a Braibanti, dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza.
In conclusione: prima dell’universo del parto e dell’aborto c’è l’universo del coito: ed è l’universo del coito a formare e condizionare l’universo del coito e dell’aborto. Chi si occupa, politicamente, dell’universo del parto e dell’aborto non può considerare come ontologico l’universo del coito – e non metterlo dunque in discussione – se non a patto di essere qulunquistico e meschinamente realistico. Ho già abbozzato come si configura, oggi, in Italia, l’universo del coito, ma voglio, per concludere, riassumerlo.
Tale universo include una maggioranza totalmente passiva e nel tempo stesso violenta, che considera intoccabili tutte le sue istituzioni, scritte e non scritte. Il suo fondo è tuttora clerico-fascista con tutti gli annessi luoghi comuni. L’idea dell’assoluto privilegio della normalità è tanto naturale quanto volgare e addirittura criminale. Tutto vi è precostituito e conformistico, e si configura come un “diritto” (compresa la tragicità e il mistero impliciti nell’atto sessuale) viene assunto conformisticamente. Per inerzia, la guida di tutta questa violenza maggioritaria è ancora la Chiesa cattolica. Anche nelle sue punte progressiste e avanzate (si legga il capitoletto, atroce, a pag. 323 de La Chiesa e la sessualità del progressista e avanzato S. H. Pfurtner). Senonché... senonché nell’ultimo decennio è intervenuta la civiltà dei consumi, cioè un nuovo potere falsamente tollerante che ha rilanciato in scala enorme la coppia, privilegiandola di tutti i diritti del suo conformismo. A tale potere non interessa, però, una coppia creatrice di prole (proletaria), ma una coppia consumatrice (piccolo borghese): in pectore, esso ha già dunque l’idea della legalizzazione dell’aborto (come aveva già l’idea della ratificazione del divorzio).
Non mi risulta che gli abortisti, in relazione al problema dell’aborto, abbiano messo in discussione tutto questo. Mi risulta invece che essi, in relazione all’aborto, tacciano del coito, e ne accettino, dunque – per Realpolitik, ripeto, in un silenzio dunque diplomatico e dunque colpevole – la sua totale istituzionalità, irremovibile e “naturale”.
La mia opinione estremamente ragionevole invece è questa: anziché lottare contro la società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioè sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte “ritardate”: ma almeno quella “sul piano del coito” ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni.
C’è da lottare, prima di tutto contro la “falsa tolleranza” del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; e poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni “reali” riguardanti appunto il “coito” (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc. Basterebbe che ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza. Tutto ciò è utopistico? È folle pensare che una “autorità” compaia al video reclamizzando “diverse” tecniche amatorie? Ebbene, non sono certo gli uomini con cui io qui polemizzo che devono spaventarsi di questa difficoltà. Per quanto io ne so, per essi ciò che conta è il rigore del principio democratico, non il dato di fatto (com’è invece brutalmente, per qualsiasi partito politico).
Infine: molti – privi della virile e razionale capacità di comprensione – accuseranno questo mio intervento di essere personale, particolare, minoritario. Ebbene?

Corriere della Sera, 19 gennaio 1975.



Risposta a Pasolini

di Giorgio Manganelli

Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio: non oserò dire che scrive male, tenuto conto anche della media nazionale, ma che scrive, all’incirca, come un sociologo che, dopo passionali e discontinui studi giuridici, abbia scoperto e incautamente amato una letteratura, degli autori non indiscriminatamente consigliabili, tanto per fare une sempio, Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di essere caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano, da non trovar cuore per emendarlo. Quello che si nota, in questi ultimi scritti, è una tale qualntità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile. Era già successo al tempo del divorzio, succede di nuovo oggi sul tema dell’aborto. Il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri sulla pista di Indianapolis: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quel che ho capito ha provocato in me una varietà di emozioni di cui ecrcherò di render conto, supponendole comuni ad altri mortali.
Il problema dell’aborto, ovviamente, pone in primo luogo il tema della mamma: Pasolini afferma di vivere “nei sogni e nel comportamento quotidiano” la sua vita prenatale, quella che egli chiama “la mia felice immersione nelle acque materne”. Sarà, ma la mia memoria maniotica è piuttosto corta. Che allora fossi felice, chissà mai, senza nemmeno un libro da leggere; in ogni caso, molti, ed io di questi, se invece di essere partoriti fossero stati abortiti, non se ne sarebbero avuti a male. Con lieve correzione dell’apotropaico detto popolare, “di mamma ce n’è una sola”, dal contesto di pasolini si può trarre lo slogan programmatico, “di mamme ce n’è un milardo solo”. Troppe, a mio modo di vedere. A questo punto, uno crede di avere acchiappato un bandolo e gli corre dietro: facciamo la conta delle mamme, facciamo delle proposte, tutto potrebbe rientrare nella difesa del paesaggio. Ci arriveremo, all’ecologia, ma più tardi; intanto ci sono delle riflessioni erratiche e concitate.
I Radicali hanno ceduto al fascino cinico della realpolitik; la maggioranza ha sempre torto, i “principi reali” – non so cosa siano, potrebbe essere un bon mot antimonarchico – non coincidono con i diritti della maggioranza. Ottimamente: se le cose stanno così, siamo perfettamente d’accordo. La maggioranza è conformista, dunque “brutalmente repressiva”: c’è perfino l’ombra di un sillogismo. Niente da dire.

Ora qualcuno potrebbe mettersi in testa che costringere una donna, che già deve varcare la soglia infera del trauma dell’aborto, a comportarsi come un animale braccato, a rischiare la vita, e infine ad essere dichiarata “delinquente” a nome del popolo italiano sia un comportamento abbastanza repressivo. Macché: come saviamente argomenta il Pasolini, la “maggioranza” vuole l’aborto, perché la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico, lo vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È del tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come un’attività psicologicamente distensiva, una faccenda da carosello.
Essendo stati esentati dall’arbitrio della natura da codeste scelte, una tal quale prudenza non sarebbe di troppo. Diciamo, di indiretta scienza, che l’aborto non ha mai fatto ridere nessuno; alcuni anni fa, mi accadde di assistere ad un suicidio nell’Aniene di uan domestica: incinta; quando ero insegnante, una mia allieva si gettò da un quarto piano: incinta; chissà quale illusione le aveva persuase di essere oggetto di una “brutale repressione”; forse una cultura che tratta da “puttana” la ragazza madre, che le porta via i figli per infilarli in quelle case di riposo per angeli che sono i nostri brefotrofi, che garantisce una vita di disprezzo, di frustrazione, di irrisione, non ha tutte le carte in regola per discutere della sacra vita.

Ma stiamo sul terra terra: tutta questa campagna contro l’aborto è nata, se non sbaglio, da un’iniziativa dell’onorevole Pisanò, MSI: a me basta così, non occore altro; ma se vogliamo c’è dell’altro; tutto comincia a Firenze, negli uffici di quella procura che aveva dichiarato non punibile il massacro di un anarchico figlio di N.N., un tale la cui madre non aveva avuto la saggezza di abortire, ma aveva pensato che “la vita è sacra”. Sembrerebbe chiaro, no? Macché: con uno di quei glissando logici che a me danno il capogiro, Pasolini, mentre saccheggia mamme e maggioranze per contrastare l’aborto, definisce codesta opposizione “vecchia convenzione clerico fascista”: e se la prende con Fanfani che farebbe non so che che giochi – tanto lui li fa sempre – “in barba al Vaticano”.
Si ha l’impressione che di Pasolini ce ne siano troppi, è da tutte le parti. A questo punto, Pasolini scopre il “coito politico”: pensando e ripensando, di “coiti politici” ne ho trovati sicuramente due; quello con le prostitute, e quello con la propria moglie in quanto moglie, non in quanto la propria donna, “lei”; questi due coiti sono le colonne della nostra società. Tecnicamente, oserei affermare che sono gli unici coiti esistenti; tutti gli altri, senza distinzione di fecondi o infecondi, rientrano nell’assai più vasta e tragica categoria dei rapporti umani, quei rapporti che sono sempre frammentari, isolati, “repressi” dai fruitori dei coiti, condannati sempre a passare per misteriosi contatti e lacunosi dialoghi e impervi silenzi. Oggi il coito è “diverso”, scrive Pasolini, perché “il contesto politico di oggi è quello della tolleranza”.
Questo si chiama massificare, altro che romanzi, neanche la statistica riesce ad essere così vilipendiosamente elementare. Ma i giochi non sono finiti: Pasolini recupera una proposta di compromesso, suggerendo di includere l’aborto nel reato di eutanasia, “privilegiandolo di uan serie di attenuanti di carattere ecologico”; infatti, il reato di aborto potrebbe essere visto come un compenso al reato – “piccolo patto criminale” – consumato dalla coppia che, unendosi, rischia di produrre altri bambini che, inevitabilmente, contribuirebbero alla fine dell’umanità per pletora planetaria. Questo non è n glissando, è uno slalom. A questo punto, viene una gran nostalgia di Voltaire, di Swift, di Bertrand Russell, magari della logica di Aristotele, aio e pedante.
Vorrei concludere questa giostra logica con due annotazioni. Suppongo che per Pasolini l’esito del referendum sul divorzio sia una prova che la maggioranza sia – non m’importa ora quello che Pasolini pensa che sia; mi chiedo com’era fatta quella maggioranza: come mai la maggioranza “silenziosa” ha votato “no”? Un’ipotesi che una parte di questa maggioranza abbia avuto vergogna dei suoi compagni “clerico fascisti” e anche della propaganda per l’abrogazione; così una minoranza staccò una parte della maggioranza dal resto schiettamente fascista, il vero cuore della maggioranza silenziosa. Prova ne sia che oggi l’Italia, dopo aver votato “no”, continua a vivere il mondo del “sì”. Infine, a furia di dribbling, ho l’impressione che Pasolini abbia ingannato se stesso: intervento “minoritario”, il suo? Non direi.

Corriere della Sera, 22 gennaio 1975.

lunedì 17 marzo 2008

EX FALSO QUODLIBET

Un'osservazione non polemica, ma che propongo per amor di precisione logica. E che vale per coloro che proclamano l'equivalenza di capitalismo e fondamentalismo terrorista. Ebbene, sovrapporre il sistema capitalistico - che necessita indubbiamente oggi di correttivi e riforme - all'ideologismo religioso di matrice integralista significa istituire un'identità tra enti per natura dissimili, rendendo meri indifferenti aggressione e reazione, diffusione economica e pura volontà di dominio, necessità politica ed imperialismo. In una formula, si confonde la molteplicità delle differenze con l'unità di ciò che è identico, come se capitalismo e rapina violenta, realismo politico e terrorismo islamico rappresentassero il recto e il verso di una stessa medaglia. Civettando con termini della logica, si può parlare di "incoerenza proposizionale". Che "due (duplicità e differenza) è uguale a uno (unicità e identità)" è esempio di proposizione autocontraddittoria, a partire dalla quale diviene lecito istituire qualunque paradosso. Ad esempio, è certo che io sono io ed il Papa è il Papa. Quindi io e il Papa siamo due. Ma due è uguale a uno. Perciò io e il Papa siamo uno. Dunque il capitalismo delle liberal-democrazie è pari al terrorismo.
Ed io sono il Papa.

MaxKlingerBoeri

mercoledì 12 marzo 2008

RES SERIAS

bREVE SCAMBIO SU "lA rEPUBBLICA"

SCRIPSIT EGO:

Il “Festival dell’Economia” di Trento,
quest’anno centrato sulla diade “capitale
umano - capitale sociale” si è
concluso con le considerazioni di Gary
Becker che rimanda il successo alla
“capacità di una nazione di utilizzare
la sua gente”, definendo il “capitale
sociale” come “un bene che ha a
che fare con le competenze dell’uomo,
la sua istruzione, la sua salute”.
Si tratta di “capitale” - in accezione
non solo metaforica - poiché “è parte
integrante di ciascuno di noi, un qualcosa
che dura, come dura un macchinario,
un impianto o una fabbrica”.
“Le macchine sono importanti - chiarisce
Becker - ma la crescita è impossibile
in assenza di una solida base di
capitale umano”.
Non occorre a questo punto uno slancio
eccessivo della memoria, per ricordare
Heidegger, che ne “L’oltrepassamento
della Metafisica” ammonisce
come l’uomo sia divenuto, entro l’orizzonte
tecnologico, “la materia prima
più importante”, nulla più di questo.
Una pertinenza del capitale che, in
qualità di simulacro dell’Apparato tecnico
assurto a Soggetto, riduce infine
l’uomo a suo mero predicato. Ma si
tratta oggi, mi pare, di una riduzione
dissimulata, ovvero giocata sulla falsa
sublimazione dell’elemento umano
perché se il capitale “è parte integrante
di ciascuno di noi”, ciò non significa
forse un appiattimento dell’individuo
su quelle competenze che
l’Apparato esige in vista del proprio
accrescimento; un accrescimento privo
di scopi e referenti che siano diversi
dall’Apparato stesso?
Le visuali di Becker e Tito Boeri (responsabile
scientifico del Festival)
collimano: il “capitale umano” identificato
nel “bagaglio di conoscenze personali”,
è ciò che aumenta le probabilità
di sopravvivenza dell’individuo entro
i meccanismi procedurali del sistema
della tecnica, rendendo ciascuno
più produttivo e meno rimpiazzabile.
Eppure, la volontà dichiarata di collocare
in primo piano l’uomo, i suoi sogni
di prosperità e di felicità, si stempera,
credo, nel quadro via via più
obiettivo dei primati che la tecnica sa
conseguire. Perciò mi domando: se
l’individuo è “funzionalmente” determinato,
se il capitale, lungi dall’essere
un mezzo di asservimento, diviene misura
stessa della persona, delle sue
qualità quantificabili, non è per ciò evidente
il feticismo di un “capitale” che
si fa “umano”, con l’accurata cordialità
dell’imbonitore? Perché se il capitale
sono io, se io stesso esprimo la razionalità
sistematica del calcolo in cui
si fonda l’Apparato, allora nemmeno la
luce della critica ha più ragion d’essere.
Il pensiero può procedere tranquillo
sulla logica binaria del “funzionale”
o “disfunzionale” - del “si” o del “no” -
senza intermediazioni né diversivi.
Se l’uomo si “capitalizza”, cosa resta?

bETELGEUSE

E LUI A ME:

Scrive Pier Luigi Celli
ne L’illusione manageriale
(Laterza): “L’impresa,
con la sua ritirata dal sociale,
ha favorito una iper
semplificazione degli strumenti
concettuali, che non sono più
in grado di interpretare le nuove
complessità, rendendo povere
le competenze delle imprese
proprio su quei conflitti
che ora sono diventati critici”.

Già il fatto che si parli dell’uomo come di
un “capitale” o vi si faccia riferimento come
a una “risorsa” (le cosiddette “risorse
umane”) la dice lunga in ordine al punto
di vista che oggi si assume nel considerare
l’uomo. Tramontato il principio che regolava
l’etica kantiana secondo cui: “L’uomo
va trattato sempre come un fine e mai soltanto
come un mezzo”, oggi vediamo che non solo
l’immigrato, ma ciascuno di noi ha diritto
di cittadinanza non in quanto esiste, non
in quanto è un uomo, ma solo in quanto
“mezzo” di produzione e di profitto. A ciò
si aggiunga il fatto che per l’economia, e a
maggior ragione per la tecnica e per la razionalità
che le governa, modello di efficienza
e di funzionalità è la “macchina”,
che non soffre di quegli “inconvenienti
umani” che sono lo stato di salute, la variazione
degli umori, i ritmi di efficienza, i
livelli di precisione, che fanno sentire l’uomo
inadeguato rispetto alle macchine che
impiega, anche perché dette macchine,
dal computer al cellulare, giusto per fare
degli esempi, incorporano una quantità tale
di cultura oggettivata, da fare apparire la
cultura soggettiva di chi le impiega in tutto
il suo limite e la sua inadeguatezza.
Eppure, anche se nel complesso macchinale
l’uomo percepisce se stesso come il
congegno più asincronizzato, può davvero
la ragione strumentale che governa sia la
tecnica sia l’economia e che utilizza solo il
pensiero calcolante regolato da criteri di
efficienza, produttività, obbiettivi a breve e
medio termine, essere all’altezza della
globalizzazione del mercato che, per essere
compresa, richiede competenze antropologiche
per entrare in relazione con altre
culture e visioni del mondo di cui il pensiero
calcolante è del tutto sprovvisto?
Se il tipo di pensiero è limitato al calcolo tipico
della ragione strumentale, forse le imprese
che si regolano esclusivamente su
questo tipo di pensiero si precludono la
capacità di anticipare e governare i cambiamenti,
col risultato che avranno sì una
storia, ma non un futuro, per aver trascurato
quello che loro chiamano il “capitale
umano” che ha ritmi di accumulazione
radicalmente diversi dal capitale finanziario.
Se quest’ultimo infatti si misura sui tempi
brevi del rendiconto trimestrale e della
quotazione in borsa, il cosiddetto “capitale
umano” esige un respiro più lungo e una
forza che si conquista per maturazioni e
arricchimenti successivi, di cui il pensiero
calcolante non ha la più pallida idea.

uMBERTO gALIMBERTI